La malattia oncologica

L’incontro con la malattia oncologica spaventa e mette a dura prova i nostri punti di riferimento.

Tutto viene compromesso: l’organizzazione abitudinaria della nostra vita; il senso di sicurezza personale; l’immagine corporea; la percezione di controllo sulla realtà esterna; gli investimenti emotivi e cognitivi volti al futuro.

Questa compromissione non coinvolge soltanto le persone che si trovano a vivere questo evento traumatico ma anche tutte quelle persone che sono esposte e coinvolte, come ad esempio, la famiglia che sta vicina al malato e tutto il personale che lavora in questo campo.

Il contagio emotivo è molto forte. Pensate al familiare che accompagna la persona malata nel percorso di cura. Rimane spettatore passivo alle pratiche mediche, degli interventi chirurgici, dei cambiamenti corporei del congiunto rispondendo – spesso – in modo speculare all’emozione del paziente.

Se il paziente sta bene, il familiare sta bene. Se il paziente sta male, il familiare sta male. Spesso i familiari riportano anche la convinzione di “non sapere cosa fare”, “di non riuscire a stare vicino alla persona malata nel modo giusto” e soprattutto riportano “il timore di agire in modo inappropriato”.

Seguire, monitorare e rinforzare l’intero sistema familiare con la psicoeducazione sulla malattia, nonché offrire strumenti per gestire alcune competenze di adattamento consentirà ai componenti della famiglia di sentirsi meno confusi, più adeguati e di reale sostegno. Infatti, la famiglia – se opportunamente seguita – può rappresentare per il malato un potente strumento terapeutico.

Il sostegno psicologico è decisamente importante. Numerosi studi hanno evidenziato che la sola cura del corpo non esaurisce la complessità del quadro clinico. In presenza della malattia oncologica, ad esempio, si presentano nuovi bisogni psicologici ed emotivi quali:

- bisogno di accudimento

- bisogno di rassicurazione

- bisogno di vicinanza emotiva.

 

La persona quindi, oltre alle indispensabili cure mediche, agli interventi chirurgici ed ai farmaci specifici, ha bisogno di “abbracci” fisici e mentali. Questi abbracci possono arrivare tramite la costruzione di relazioni empatiche equilibrate, rapporti di fiducia, rapporti di disponibilità all’ascolto.

Non dimentichiamo che la diagnosi di “tumore”, a causa del devastante impatto emotivo sulla vita del paziente, è un evento traumatico e come tale può rimanere congelata i modo disfunzionale all’interno delle reti mnestiche del paziente, generando ulteriore sofferenza (per esempio. Immagini che tornano, sonno disturbato …)

 

Pertanto, una terapia di sostegno psicologico al malato/ai familiari e/o al personale che lavora in questo campo - che sia l’EMDR, colloqui individuali, una terapia di gruppo - può e deve assicurare uno spazio ben definito per permettere all’individuo di esprimere, elaborare ed accettare i propri stati emotivi. Per evitare che la sopraffazione di un evento traumatico possa rendere l’individuo privo di difese e senza capacità di reagire. Ciascun individuo, in questo spazio, potrà imparare a non soffocare le proprie emozioni, a non colpevolizzarsi e soprattutto potrà affrontare – non in solitudine – le proprie ansie e paure.