Le emozioni

Le emozioni sono connaturate alla più intima essenza dell’uomo e ne costituiscono, al pari degli organi vitali o dei sensi, uno strumento essenziale affinché egli possa vivere e progredire.
Esse, infatti, non servono soltanto a costruire e gestire le relazioni sociali ma anche a garantire reazioni primarie atte alla sopravvivenza: si pensi, per fare un esempio, alla paura che stimolando l’attenzione e la vigilanza, può aiutare ad individuare e scampare un pericolo.
Attraverso le emozioni gli uomini condividono istintivamente anche la propria appartenenza al genere umano e, per così dire,  sono in grado di riconoscersi tra simili distinguendo il loro dagli altri generi di viventi presenti sulla Terra.
Se a dividere gli uomini, ad un livello che possiamo definire secondario, può intervenire la lingua parlata oppure l’appartenenza ad un’etnia, ad una religione o ad un ideologia viceversa al livello primario ed atavico costituito dalle emozioni che provano, essi restano sempre sostanzialmente identici ed in grado di utilizzare le emozioni stesse come uno strumento di comunicazione universale.
Peraltro la forza delle emozioni, come possibile via di comunicazione tra esseri viventi, è talmente evidente da valicare i limiti di genere fino ad essere in grado di creare sintonie e relazioni, a cui la scienza guarda con crescente interesse, anche tra un uomo ed un animale.
La valenza delle emozioni nel definire la natura dell’uomo certamente non è sfuggita alla filosofia che ne ha fatto oggetto di riflessione fin dalle sue origini, anche alla luce del  dualismo tra razionale ed irrazionale. 
Venendo poi all’arte, che costituisce l’espressione più peculiare dell’umanità e la contraddistingue da qualsiasi altro genere di viventi, sono appunto le emozioni a guidarne ogni forma: l’artista trasferisce nel dipingere, nello scrivere, nel comporre musica, le proprie più profonde emozioni; chi osserva un dipinto, legge una poesia o ascolta della musica assorbe quelle medesime emozioni e, rielaborandole secondo la propria sensibilità, le fa sue.
Pur non essendo questa la sede per un approfondimento in tal senso, vale comunque la pena di evidenziare come, soprattutto nella letteratura, esista un lunghissimo filo rosso che lega tra loro artisti anche lontani nel tempo, per rimanere in Italia si pensi ad esempio a Leopardi e Pavese, la cui musa ispiratrice è, in definitiva, una dolorosa visione della vita ed un senso di inadeguatezza ad essa che, con grande verosimiglianza, oggi potremmo indicare come il frutto di uno stato di autentica depressione.
E’ peraltro una tesi abbastanza condivisa quella che evidenzia un rapporto diretto tra la tristezza o, come si usava dire una volta, la melanconia e la creatività: lo stesso Carl Gustav Jung sosteneva che tale stato d’animo, predisponendo all’introspezione, aiuta a cogliere la complessità della realtà nella sua interezza e perciò, stimolando la piena conoscenza, spinge a maturare visioni innovative. 
Il tema dell’angoscia esistenziale e del dolore, del resto, è caro all’arte: ne segna spesso i suoi contenuti, si insinua con effetti tragici nella vita degli artisti, genera capolavori immortali e determina gesti estremi quali il suicidio.
Il rapporto di antitesi tra l’artista ed il mondo che lo circonda, che Charles Baudelaire seppe mirabilmente sintetizzare in pochi versi “Un essere partito dall’azzurro e caduto in uno Stige plumbeo e fangoso dove nessun occhio del cielo può penetrare” ,  è di per sé un chiaro segnale dell’inconciliabilità tra sensibilità artistica e felicità intesa come aspirazione della gran parte degli esseri umani: la creatività trova terreno maggiormente fertile nella melanconia e, rispetto alla società, nell’incomprensione, nella non accettazione, nella diversità da quanto è convenzionale.
Anche per questa via si finisce così per ritrovare un nesso diretto tra la predisposizione a vivere con grande intensità le emozioni, tra esse la tristezza in particolare, e la sensazione di inadeguatezza che ne deriva e che può trascinare verso uno stato depressivo profondo.
Del legame tra emozioni e depressione si trova poi una significativa traccia anche nell’uso della lingua italiana. Se, ad esempio, apriamo il dizionario Devoto-Oli alla parola tristezza possiamo leggerne la seguente definizione: “stato di depressione indotto da un particolare dolore o da una diffusa malinconia”.
Possiamo dunque affermare che nell’attività intellettiva umana il collegamento tra le emozioni e particolari stati della mente, anche di tipo patologico, viene colto in via intuitiva ed empirica prima ancora di giungere a qualsivoglia dimostrazione di carattere scientifico.  Questo è quasi certamente determinato da una centralità delle emozioni nei processi mentali umani e dalla loro capacità di permeare, nel bene come nel male, le azioni che ne conseguono.     
 
Tutte le emozioni sono essenzialmente dei piani d’azione per gestire - nell’immediato - le emergenze che si verificano durante la vita; esse insorgono all’improvviso in risposta a degli stimoli che per un qualunque motivo ci colpiscono. L’utilità delle emozioni consiste nel permetterci di valutare se il suddetto stimolo può esserci utile o dannoso, se si è in grado di affrontarlo o è meglio allontanarsi da esso. La radice stessa della parola emozione è il verbo latino "moveo" (muovere) che con l’aggiunta della desinenza “e” (movimento da) implica una tendenza specifica all’azione secondo determinati scopi.
La risposta emozionale, tuttavia, per condizioni legate al contesto o al giudizio individuale, può non essere espressa e restare bloccata, senza evolversi in un comportamento relativo. Un certo vissuto emotivo, quale ad esempio la tristezza, può quindi influenzare significativamente il modo di pensare e, di conseguenza, restringere il campo d’azione di colui che sperimenta tale vissuto. 
La capacità di monitorare e di saper riconoscere le reazioni emotive permette alla persona di gestire e di interpretare con maggiore consapevolezza il proprio vissuto nonché offre l’opportunità a colui che la percepiscedi individuare alcuni degli elementi cognitivi e/o comportamentali da rettificare per diminuirne l’intensità.