Il Lutto

Una grave perdita produce altre perdite. E come un lancio di un sasso in uno specchio d’acqua che produce un’onda e poi altre onde, finché tutta la superficie risente del cambiamento. Tutto è compromesso, l’organizzazione abitudinaria della nostra vita, il senso di sicurezza personale, la percezione di controllo sulla realtà esterna e tutti gli investimenti emotivi e cognitivi volti al  futuro.  In alcuni casi l’impatto con la perdita è graduale, come nell’evolversi di una malattia grave o nella consapevolezza dell’invecchiamento di chi ci sta accanto, in altri casi invece è violento e inaspettato ed è come ritrovarsi immersi totalmente nell’acqua bollente.

Inizialmente è shock ed  intontimento. L’intelletto rimane stupefatto e solo poco alla volta riesce a dare significato agli eventi. La mente ha solo un’oscura sensazione ossia quella della enorme perdita. I giorni passano, la routine della vita riprende, compiamo gli stessi gesti di prima, ma, naturalmente, sentiamo che non è più la stessa cosa e ci stupiamo che dall’esterno le azioni, le parole, i gesti possano apparire immodificati, quando per noi, che li viviamo dal di dentro è tutto cambiato. Perché è come se tutte le esperienze filtrassero attraverso la tristezza, l’apatia e l’infelicità.

Quando riusciamo a riprendere il lavoro ci accorgiamo di non essere efficienti, di sorprenderci a pensare alle persona che abbiamo perduto. Alla fine della giornata torniamo a casa e ripiombiamo nell’incredulità. Andiamo nella sua stanza, apriamo l’armadio, abbiamo bisogno di segni, bisogno di toccare i ricordi. Si piange tanto, c’è solo un reale tentativo di chiudersi in se stessi, di non rispondere ad alcuno stimolo esterno al fine di rimanere il più possibile nella condizione di non essere attaccati perché estremamente vulnerabili. Ebbene sì, non siamo ancora pronti per interiorizzare la presenza di ci ha lasciato, per recuperare interiormente tutto ciò che ha rappresentato per noi. Ma questa è la strada da seguire per non  morire anche noi. L’essere profondamente tristi e angosciati, il piangere la perdita di una persona cara, non è mai indice di debolezza; il dolore deve essere accettato e vissuto fino in fondo: esso non scomparirà, ma potrebbe diventare sopportabile, si potrà arrivare a convivere con il dolore se ci concediamo il tempo per soffrire. Non si può forzare un processo naturale. Dobbiamo avere pazienza con noi stessi.

La tristezza instaura una sorta di ritiro riflessivo dalle occupazioni frenetiche della vita, lasciandoci in uno stato di sospensione che dovrebbe consentire di elaborare una perdita, di meditare sul suo significato e di adeguarci psicologicamente ad essa. Certi tipi di dolore chiedono di essere contenuti e curati dentro un incontro personale, dentro un abbraccio fisico e mentale di particolare intensità. A volte, questi dolori, prima di modificare, hanno bisogno di un lungo silenzio. Uscire gradualmente dal lutto significa uscire gradualmente dal labirinto del dolore e ricostruire la propria vita attraverso la forza che si sprigiona confrontandosi con gli altri, apprendendo un maggiore controllo sulle emozioni, agendo meglio all’interno della propria famiglia e nella società. La  ruminazione, per esempio,  è una risposta passiva e ripetitiva che viene confusa con una capacità di fronteggiamento (coping) all’evento luttuoso. Con la ruminazione la sofferenza viene ogni giorno rigenerata, il distacco viene quotidianamente rivissuto e l’ideologia di fondo sembra essere del tipo: “se non soffri, non sei più legato a me, non mi vuoi bene, ti dimentichi di me”.

È necessario giungere alla consapevolezza che l’elaborazione del lutto non dipende da ricette o facili consigli e soluzioni ma dalla responsabilità personale, dai tempi utilizzati positivamente, dagli scopi esistenziali e dalle scelte operate. Ci vorrà tempo affinché alla mancanza e al vuoto si sostituisca la nostra disponibilità a riconoscere e ad accettare la grande eredità che la persona ci ha lasciato, per onorarne la memoria facendolo rivivere in noi. È meglio tenere sempre accesa la memoria che il dolore. L’attenzione ossessiva al nostro dolore impedisce la giusta memoria, non rende giustizia all’autentica esistenza della persona che se n’è andata.